L’ultimo libro d’Antonella Cresti è un “unicum” nel panorama editoriale italiano: “Fairest Isle, l’epopea dell’electric folk britannico”, Aerostella 2009, il cui titolo è tratto dal “Re Artù” (“King Arthur”) musicato da H. Purcell, testi di Dryden, XVII secolo. Il libro inizia spiegando com’è potuto nascere, in Inghilterra, il folk elettrico, perché la cosa pare una contraddizione, il genere più “tradizionale” con la musica “elettrica”, dunque il più moderno. A parte che “folk” – tedesco “volk” donde “völkisch” – significa “popolo” e non “gente” né “masse”, Cresti comincia spiegando che l’Inghilterra ha una storia di “fertili contraddizioni” (ibid., p. 10), dove la tendenza conservatrice della maggior parte dell’Inghilterra, dove la tradizione musicale “popolare” ha una ricchezza ed un’estensione a noi ignote, si mescola con la spinta alla modernità. Questa dialettica in Inghilterra si è andata dispiegando soprattutto nel e sul tema del rapporto campagna/città, Londra sopra tutte, direi: territorio/conglomerati urbani, per usare una terminologia più corrente. L’Inghilterra, per semplificare, non è Londra, con la quale di solito la si confonde. Direi che le pulsioni dell’Inghilterra “vera” sono molto legate alla “terra” e molto conservatrici, il culto e l’interesse per la natura vi sono stati sempre fortissimi. L’Inghilterra ha dato sia l’inizio alla Rivoluzione industriale, le cui stimmate l’intero globo porta ormai, sia alla prima reazione alla modernizzazione, che porta il nome di Romanticismo. Il Romanticismo inglese ha sempre visto al suo centro la natura. Natura, territorio e folk son parte di una triade inscindibile. E’ sbagliato parlare di recupero del rapporto con il territorio senza un parallelo recupero della tradizione musicale “popolare”, ecco una lezione pratica da questo testo e da quella storia. Poi, è vero che, in Italia, purtroppo la tradizione popolare vi è molto meno ricca di quella inglese. Ciò, di nuovo, è dovuto alla particolare storia inglese, dove le radici celtiche, pur presenti, sebbene minoritarie, in Italia, si sono andate mescolando con l’influsso neolatino francese, da una parte, con la spinta germanica e la musica colta, d’ascendenza soprattutto italiana, dall’altra. Insomma, bando alle semplificazioni riguardo alla storia, soprattutto musicale, inglese, di una ricchezza oggettivamente maggiore rispetto a quelle di altre nazioni europee.
All’inizio del secolo scorso (XX°) si ebbe in Inghilterra il “folk revival”, importante, soprattutto per le sue radici ideologiche: “Ewan McColl era un fervente marxista e attivista politico che tentò di opporre una visione comunitaria del suono all’affiorante concezione consumistica dell’evento musicale; si trattava, insomma, come spesso capita nei Paesi anglosassoni, di un marxista ‘regressivo’, per niente convinto della linearità della storia” (ibid., p. 19). Quest’opposizione, sin dagli inizi del XX° secolo, di una visione comunitaria verso una visione consumistica mi pare la “cifra” costitutiva del folk britannico, che ha dimostrato una consapevolezza molto forte sin dagli albori, consapevolezza che poi lo caratterizzerà. La chiave di volta è quella detta: da un lato l’Inghilterra è stata la nazione che ha iniziato
Vediamo come s’evolve questo “seme” originario, fermo restando che non sta a me sostituirmi alla lettura del libro, ma solo fornirne delle chiavi di lettura. Il secondo capitolo è dedicato alle relazioni, d’amore-odio, fra Inghilterra ed America. Il terzo alla dialettica interna del folk britannica, tra la “purezza originaria” (p. 35) e le tendenze che Cresti chiama di “amore per la sintesi” (ibid.) e che io direi “agglutinanti”, nel senso che, attorno a quel nucleo molto consapevole che s’è detto, dunque che cercava una “purezza originaria” nell’ambito di quella visione comunitaristica consapevolmente opposta a quella consumistica, vi era la tendenza espansiva che, attorno al folk, voleva che altri generi ed altri stimoli vi si aggregassero. Si giunge, su questa duplice strada, su questa strada di “feconda contraddittorietà”, al cosiddetto “wyrd” folk, dove “wyrd” è il termine antico anglosassone originario dove il termine anglosassone è l’antesignano dell’attuale “weird”, che vuol dire “fatale” nel senso di cose “segnate dal Fatum”, quello antico. Vi è la stessa concezione che fra i Greci antichi o gli antichi Romani, per questo il termine “Fatum” e non “destino” è quello che ho appena usato, volontariamente. Wyrd era, in effetti, in origine, una delle Norne, simile alle nostre Parche, era una deità, insomma. Qui si aprirebbe tutto il capitolo del neopaganesimo, ma questo discorso, complesso e per nulla univoco, ci porterebbe davvero molto ma molto lontano. Il che, però, ci dà l’idea delle considerazione che il libro di Cresti propizia.
Da questa parte in poi, inizia lo studio e la disamina delle varie produzioni musicali, anche di tempi assai recenti, divisa per gruppi e voci solitarie. Su questo non si può che rimandare alla lettura del libro. E’ forse la parte che i cultori di musica prediligeranno, ma, se non si ha ben chiara la visione sviluppata da Cresti nella parte iniziale, si perde di vista l’oggetto, e il tutto diventa un utile manuale di musica folk britannica, il che, però, non mi pare affatto lo scopo di Cresti, che ha volutamente fatto tutto precedere da un ragionamento complesso sulle radici culturali del folk britannico e sul perché proprio l’Inghilterra, e non altre nazioni europee, ne sia stata il centro. Consideriamo questa parte, come suggerisce Antonello Cresti stesso, come un “viaggio” nel folk britannico.
Non poteva mancare, in un libro siffatto, il riferimento a Tolkien, così come, forse meno scontato, quello a Tönnies: “Per uno dei bizzarri paradossi della storia, un testo del sociologo Ferdinand Tönnies (1855-1936) dal titolo Comunità e Società (1887) [Gemeinschaft la prima, Gesellschaft la seconda], lavoro che tanto favore avrebbe riscosso presso i cenacoli culturali dell’estrema destra italiana, sembrava aver anticipato questo singolare atto di rivolta antimodernista dei giovani contestatori [hippy] di allora [si sa che in Italia queste idee rimasero di “destra” mentre a “sinistra” si seguivano altre vedute, questo la dice lunga sul fatto che le idee in se stesse non sono né di “destra” né di “sinistra”, tutt’al più vi sono “letture” di destra o sinistra di idee spesso analoghe; nota mia]: Tönnies teorizzava infatti una contrapposizione inconciliabile tra la corrente forma societaria dominata dalla razionalità e dalla mentalità mercantile, e la forma comunitaria, basata invece sul reale sentimento d’appartenenza (Bonvecchio, Dove va la tradizione?, pag. 15):
[…] Se si analizza nel suo etimo germanico (Gemeinschaft) si coglie, immediatamente, un senso d’unione, di comunione, di familiarità di cui, al presente, si sono perdute le tracce […] Tale sentimento connette l’individuo a qualcosa di totale: a qualcosa che lo trascende. Tale trascendenza è espressa – senza ombra di dubbio – dall’aggettivo gemein, la cui accezione più forte e pregnante è, appunto, ‘universale’ ” (ibid., p. 39, Cresti cita un passo di Tönnies, corsivo di Cresti stesso).
Completano il libro tutta una serie di box veramente ben fatti, utili ed interessanti, relativi sia a temi sia ad autori del folk e non solo. Un box vorrei evidenziare, quello dedicato al film “The Wicker Man” (ibid., pp. 76-77), di Robin Hardy. Si parla del film originale del 1973, non del pessimo remake con Nicholas Cage. Il film originale vede la presenza di Christopher Carandini Lee, il famoso attore. Il film è citato quello, naturalmente, originale, per le musiche, davvero folk, ma pure per il simbolismo. Al di là della storia e dei punti di debolezza della stessa, quel film ripercorre tanti usi “pagani” delle “campagne” che davvero ha talvolta il pregio di qualcosa di antropologica, sempre che si abbia cura di prender distanza dalla storia, il che avverrà magari ad una seconda, e più meditata, visione. “Comunemente etichettato come horror movie, questo film è ben oltre, ossia favoloso affresco di una cultura che ancora, sommessamente, resiste. (…) tra riferimenti cifrati a John Barleycorn, al Green Man e al Sol Invictus spiccano le rappresentazioni filmiche della danze attorno al maypole (albero del Maggio) e la lunga processione in cui si riconoscono figure folkloriche come l’hobby horse. Il senso della misura di Hardy è ammirevole e tentazioni spettacolaristiche, o ancor peggio grandguignolesche, sono tenute lontane. (…) Negli anni The Wicker Man è divenuto un tòpos di certa scena underground; il Wicker Man Festival è un appuntamento fisso dell’estate scozzese” (p. 76).
Senza nulla voler togliere a questi tentativi, peraltro lodevoli, mi capitò di vedere, senza che poi fossi in grado di ritrovarlo – forse cancellato, chissà -, su youtube un filmato di quegli anni, che si riferiva a scene tratte dalla lavorazione di quel film, con anche delle immagini di qualche attore che stava in un pub. Al di là di questo o quel fatto, in quei paesaggi in una lontana isola scozzese si percepiva qualcosa dell’originario spirito del vero folklore. Quel qualcosa, non me la si voglia, che non si ritrova più oggi, dove, magari, abbiamo molto di costruito, dove uno spirito nazionalistico stende a sostituirsi al legame originario con il territorio che, in quell’isola, si percepisce, ripeto, di là dai fatti e dalla trama del film, qualcosa che mi ricorda quando Pisolini stava a Caserta Vecchia, qualcosa di altri tempi per davvero, niente di costruito, men che meno di ricostruito.
Quello spirito noi l’abbiamo perso, e dobbiamo dircelo apertamente. Si può fare dell’ottima musica anche senza di essa e non ogni musica del passato è a livello elevato. Ma, ecco il punto: ritroveremo mai quello spirito? In realtà, come scrisse Weber, il capitalismo ha uno spirito, che cozza, e vince, frontalmente quello del folklore.
Ritroveremo mai quello spirito? O è perso per sempre?
Ai poster l’ardua risposta…
Andrea A. Ianniello

