giovedì 10 dicembre 2009

“Fairest Isle, l’epopea dell’electric folk britannico”, un libro interessante

L’ultimo libro d’Antonella Cresti è un “unicum” nel panorama editoriale italiano: “Fairest Isle, l’epopea dell’electric folk britannico”, Aerostella 2009, il cui titolo è tratto dal “Re Artù” (“King Arthur”) musicato da H. Purcell, testi di Dryden, XVII secolo. Il libro inizia spiegando com’è potuto nascere, in Inghilterra, il folk elettrico, perché la cosa pare una contraddizione, il genere più “tradizionale” con la musica “elettrica”, dunque il più moderno. A parte che “folk” – tedesco “volk” donde “völkisch” – significa “popolo” e non “gente” né “masse”, Cresti comincia spiegando che l’Inghilterra ha una storia di “fertili contraddizioni” (ibid., p. 10), dove la tendenza conservatrice della maggior parte dell’Inghilterra, dove la tradizione musicale “popolare” ha una ricchezza ed un’estensione a noi ignote, si mescola con la spinta alla modernità. Questa dialettica in Inghilterra si è andata dispiegando soprattutto nel e sul tema del rapporto campagna/città, Londra sopra tutte, direi: territorio/conglomerati urbani, per usare una terminologia più corrente. L’Inghilterra, per semplificare, non è Londra, con la quale di solito la si confonde. Direi che le pulsioni dell’Inghilterra “vera” sono molto legate alla “terra” e molto conservatrici, il culto e l’interesse per la natura vi sono stati sempre fortissimi. L’Inghilterra ha dato sia l’inizio alla Rivoluzione industriale, le cui stimmate l’intero globo porta ormai, sia alla prima reazione alla modernizzazione, che porta il nome di Romanticismo. Il Romanticismo inglese ha sempre visto al suo centro la natura. Natura, territorio e folk son parte di una triade inscindibile. E’ sbagliato parlare di recupero del rapporto con il territorio senza un parallelo recupero della tradizione musicale “popolare”, ecco una lezione pratica da questo testo e da quella storia. Poi, è vero che, in Italia, purtroppo la tradizione popolare vi è molto meno ricca di quella inglese. Ciò, di nuovo, è dovuto alla particolare storia inglese, dove le radici celtiche, pur presenti, sebbene minoritarie, in Italia, si sono andate mescolando con l’influsso neolatino francese, da una parte, con la spinta germanica e la musica colta, d’ascendenza soprattutto italiana, dall’altra. Insomma, bando alle semplificazioni riguardo alla storia, soprattutto musicale, inglese, di una ricchezza oggettivamente maggiore rispetto a quelle di altre nazioni europee.

All’inizio del secolo scorso (XX°) si ebbe in Inghilterra il “folk revival”, importante, soprattutto per le sue radici ideologiche: “Ewan McColl era un fervente marxista e attivista politico che tentò di opporre una visione comunitaria del suono all’affiorante concezione consumistica dell’evento musicale; si trattava, insomma, come spesso capita nei Paesi anglosassoni, di un marxista ‘regressivo’, per niente convinto della linearità della storia” (ibid., p. 19). Quest’opposizione, sin dagli inizi del XX° secolo, di una visione comunitaria verso una visione consumistica mi pare la “cifra” costitutiva del folk britannico, che ha dimostrato una consapevolezza molto forte sin dagli albori, consapevolezza che poi lo caratterizzerà. La chiave di volta è quella detta: da un lato l’Inghilterra è stata la nazione che ha iniziato la Rivoluzione industriale, dall’altro ha dato vita alle prima, consapevoli, reazioni, si pensi al luddismo, oggi rivalutato, giustamente. Il paese che ha dato inizio alla Rivoluzione è stato quello che ne ha avuto, e ne ha, maggior consapevolezza, il che non si è avverato allo stesso modo in tutti gli altri paesi che l’hanno seguito, cioè… la Terra intera oggi!

Vediamo come s’evolve questo “seme” originario, fermo restando che non sta a me sostituirmi alla lettura del libro, ma solo fornirne delle chiavi di lettura. Il secondo capitolo è dedicato alle relazioni, d’amore-odio, fra Inghilterra ed America. Il terzo alla dialettica interna del folk britannica, tra la “purezza originaria” (p. 35) e le tendenze che Cresti chiama di “amore per la sintesi” (ibid.) e che io direi “agglutinanti”, nel senso che, attorno a quel nucleo molto consapevole che s’è detto, dunque che cercava una “purezza originaria” nell’ambito di quella visione comunitaristica consapevolmente opposta a quella consumistica, vi era la tendenza espansiva che, attorno al folk, voleva che altri generi ed altri stimoli vi si aggregassero. Si giunge, su questa duplice strada, su questa strada di “feconda contraddittorietà”, al cosiddetto “wyrd” folk, dove “wyrd” è il termine antico anglosassone originario dove il termine anglosassone è l’antesignano dell’attuale “weird”, che vuol dire “fatale” nel senso di cose “segnate dal Fatum”, quello antico. Vi è la stessa concezione che fra i Greci antichi o gli antichi Romani, per questo il termine “Fatum” e non “destino” è quello che ho appena usato, volontariamente. Wyrd era, in effetti, in origine, una delle Norne, simile alle nostre Parche, era una deità, insomma. Qui si aprirebbe tutto il capitolo del neopaganesimo, ma questo discorso, complesso e per nulla univoco, ci porterebbe davvero molto ma molto lontano. Il che, però, ci dà l’idea delle considerazione che il libro di Cresti propizia.

Da questa parte in poi, inizia lo studio e la disamina delle varie produzioni musicali, anche di tempi assai recenti, divisa per gruppi e voci solitarie. Su questo non si può che rimandare alla lettura del libro. E’ forse la parte che i cultori di musica prediligeranno, ma, se non si ha ben chiara la visione sviluppata da Cresti nella parte iniziale, si perde di vista l’oggetto, e il tutto diventa un utile manuale di musica folk britannica, il che, però, non mi pare affatto lo scopo di Cresti, che ha volutamente fatto tutto precedere da un ragionamento complesso sulle radici culturali del folk britannico e sul perché proprio l’Inghilterra, e non altre nazioni europee, ne sia stata il centro. Consideriamo questa parte, come suggerisce Antonello Cresti stesso, come un “viaggio” nel folk britannico.

Non poteva mancare, in un libro siffatto, il riferimento a Tolkien, così come, forse meno scontato, quello a Tönnies: “Per uno dei bizzarri paradossi della storia, un testo del sociologo Ferdinand Tönnies (1855-1936) dal titolo Comunità e Società (1887) [Gemeinschaft la prima, Gesellschaft la seconda], lavoro che tanto favore avrebbe riscosso presso i cenacoli culturali dell’estrema destra italiana, sembrava aver anticipato questo singolare atto di rivolta antimodernista dei giovani contestatori [hippy] di allora [si sa che in Italia queste idee rimasero di “destra” mentre a “sinistra” si seguivano altre vedute, questo la dice lunga sul fatto che le idee in se stesse non sono né di “destra” né di “sinistra”, tutt’al più vi sono “letture” di destra o sinistra di idee spesso analoghe; nota mia]: Tönnies teorizzava infatti una contrapposizione inconciliabile tra la corrente forma societaria dominata dalla razionalità e dalla mentalità mercantile, e la forma comunitaria, basata invece sul reale sentimento d’appartenenza (Bonvecchio, Dove va la tradizione?, pag. 15):

[…] Se si analizza nel suo etimo germanico (Gemeinschaft) si coglie, immediatamente, un senso d’unione, di comunione, di familiarità di cui, al presente, si sono perdute le tracce […] Tale sentimento connette l’individuo a qualcosa di totale: a qualcosa che lo trascende. Tale trascendenza è espressa – senza ombra di dubbio – dall’aggettivo gemein, la cui accezione più forte e pregnante è, appunto, ‘universale’ ” (ibid., p. 39, Cresti cita un passo di Tönnies, corsivo di Cresti stesso).

Completano il libro tutta una serie di box veramente ben fatti, utili ed interessanti, relativi sia a temi sia ad autori del folk e non solo. Un box vorrei evidenziare, quello dedicato al film “The Wicker Man” (ibid., pp. 76-77), di Robin Hardy. Si parla del film originale del 1973, non del pessimo remake con Nicholas Cage. Il film originale vede la presenza di Christopher Carandini Lee, il famoso attore. Il film è citato quello, naturalmente, originale, per le musiche, davvero folk, ma pure per il simbolismo. Al di là della storia e dei punti di debolezza della stessa, quel film ripercorre tanti usi “pagani” delle “campagne” che davvero ha talvolta il pregio di qualcosa di antropologica, sempre che si abbia cura di prender distanza dalla storia, il che avverrà magari ad una seconda, e più meditata, visione. “Comunemente etichettato come horror movie, questo film è ben oltre, ossia favoloso affresco di una cultura che ancora, sommessamente, resiste. (…) tra riferimenti cifrati a John Barleycorn, al Green Man e al Sol Invictus spiccano le rappresentazioni filmiche della danze attorno al maypole (albero del Maggio) e la lunga processione in cui si riconoscono figure folkloriche come l’hobby horse. Il senso della misura di Hardy è ammirevole e tentazioni spettacolaristiche, o ancor peggio grandguignolesche, sono tenute lontane. (…) Negli anni The Wicker Man è divenuto un tòpos di certa scena underground; il Wicker Man Festival è un appuntamento fisso dell’estate scozzese” (p. 76).

Senza nulla voler togliere a questi tentativi, peraltro lodevoli, mi capitò di vedere, senza che poi fossi in grado di ritrovarlo – forse cancellato, chissà -, su youtube un filmato di quegli anni, che si riferiva a scene tratte dalla lavorazione di quel film, con anche delle immagini di qualche attore che stava in un pub. Al di là di questo o quel fatto, in quei paesaggi in una lontana isola scozzese si percepiva qualcosa dell’originario spirito del vero folklore. Quel qualcosa, non me la si voglia, che non si ritrova più oggi, dove, magari, abbiamo molto di costruito, dove uno spirito nazionalistico stende a sostituirsi al legame originario con il territorio che, in quell’isola, si percepisce, ripeto, di là dai fatti e dalla trama del film, qualcosa che mi ricorda quando Pisolini stava a Caserta Vecchia, qualcosa di altri tempi per davvero, niente di costruito, men che meno di ricostruito.

Quello spirito noi l’abbiamo perso, e dobbiamo dircelo apertamente. Si può fare dell’ottima musica anche senza di essa e non ogni musica del passato è a livello elevato. Ma, ecco il punto: ritroveremo mai quello spirito? In realtà, come scrisse Weber, il capitalismo ha uno spirito, che cozza, e vince, frontalmente quello del folklore.

Ritroveremo mai quello spirito? O è perso per sempre?

Ai poster l’ardua risposta…

Andrea A. Ianniello

martedì 27 ottobre 2009

domenica 18 ottobre 2009

Cacciari e Limone, sul “Nòmos Basilèus”

Si è tenuta il 9 ottobre un’interessante riunione pubblica, promossa da don Luigi Nunziante e le edizioni Saletta dell’Uva, intervenuti Limone e Cacciari. Il tema era la “Legge sovrana”, in greco “Nòmos Basilèus” (tra l’altro, “basilèus”, ovvero sovrano, è la radice del basilico, l’erba dei re). Al professor Limone l’introduzione, segue Cacciari, ultimi son venuti i sentiti ringraziamenti di Monsignor Nogaro. Ha presentato don Nunziante, che ha brevemente illustrato tanto le radici greco-giudaiche del concetto di legge in Occidente, sia le contraddizioni che ne hanno storicamente segnato il destino, così come le aperture sul presente ed i suoi problemi. Limone, presentando il concetto essenziale, ha definito la “Legge sovrana” come quella Legge “superiore ad ogni altra” perché “non ha altra legge sopra di sé”, il che fa sorgere immediatamente il problema, decisivo, di chi stabilisce – o cosa – tale dominanza. Limone, venendo al nocciolo dei problemi ed inevitabilmente semplificandoli, parla della “Potenza dello Zero” come della potenza originaria che tutto può assorbire. In realtà, la Legge sovrana non può essere se non questo. Ma, nel corso della storia, tale potenza sovrana s’indebolisce, articolandosi e depotenziandosi. In effetti, osserva Limone, la Potenza originaria è, nella sua pienezza, inattingibile. Il primo sdoppiamento è quello tra legge morale e Legge sovrana, da tale primo sdoppiamento si susseguono a catena dei depotenziamenti successivi. Il secondo sdoppiamento è quello della coscienza evangelica che vuol usare il “nòmos” oltre se stesso. In effetti, la coscienza evangelica è Grazia nel suo senso più profondo, e “la Grazia è oltre il nòmos” afferma Limone. Tutto ciò sembra molto astratto, ma, in realtà, è concretissimo. A mio avviso Limone centra un elemento fondante, essenziale, ineliminabile del nostro presente: la perdita del quadro di riferimento generale, la perdita della contraddizione tra universale ed individuale, quella contraddizione, aggiunge chi scrive, che ha tenuto la storia in moto. Nel presente ciò si cala nel dibattito, acceso, sulla Costituzione; nella visione di Limone, condivisibile a mio avviso, il “quadro generale” è la Costituzione, le norme singole sono i fenomeni individuali[1]. Perdere di vista il quadro generale è un errore decisivo.

La spinta verso l’universale è la tutela dell’individuale sono al contraddizione alla base di ogni Costituzione, per Limone, e la definita e definitiva soluzione di questa contraddizione in realtà è inattingibile, nondimeno quando sparisce la contraddizione sparisce la spinta verso l’universale, sparisce il senso allora. Non si può denotare il nostro presente meglio di così. Questa dialettica, questa contraddizione dev’esser preservata e mantenuta. Limone fa riferimento al messaggio dell’Imperatore, che, pur essendo universale, deve raggiungere ogni singolo individuo nella sua unicità, nella sua irriducibilità a qualsiasi norma scritta. “Hic Rhodos, hic salta”, avrebbero detto gli antichi. Qui è il Nodo di Gordio, aggiungerebbe chi scrive.

L’intervento di Cacciari ha fatto da contrappunto a quello di Limone, ma, si può senza dubbio dire che, pur essendo Cacciari un conferenziere di lunga esperienza e non avendo nessun problema nel parlare in pubblico, in questa sede si è trovato in un momento di grazia particolare, che non è sfuggito a Monsignor Nogaro, il quale ha fatto riferimento alle sue molteplici lunghe conversazioni con lo stesso Cacciari definendolo il “profeta non credente”, scandalo per credenti e laici, ma che, proprio per questo, fa sì che cadano le maschere, che si venga ai temi veri. Non è possibile riassumere l’intervento, dalla puntualizzazione del significato di “nòmos” in greco, ben diverso dal latino “lex”, al significato di “agathòn”, che è l’Eccedente, ciò che “va oltre” ogni determinazione, al significato di “origo” in latino, che non è l’ “agathòn” appena detto. Anche ci sono stati riferimenti vari, come quello al destino eroico ed a Nietzsche, l’eroe essendo colui che vuol “sapere” il suo destino, che, dunque, se lo assume consapevolmente[2].

Per denotare il discorso di Cacciari seguiremo uno solo dei molteplici fili da lui proposti, quello della desacralizzazione del “nòmos”, che, “in origine”, nella “pòlis”, è sempre legato a “Dìke”, l’Ordine cosmico, astral-armonico, cioè musicale, per usare la visione pitagorica[3]. Già con le filosofie ellenistiche il “nòmos” si stacca dal “Kòsmos”, l’Ordine cosmico, per cercare di attingere all’illimitato. Nasce lo “sradicamento” dell’ “arbor inversa” che è il “nòmos”, perché quest’albero ha le sue radici verso l’Alto. Il caso di Roma è parzialmente diverso, perché Roma diventa sì un Impero, ma mai il “mondo”, il “cosmopolitismo”[4]; detto in altre parole, Roma espande il suo “limes” ma non lo elimina mai.

D’allontanamento in allontanamento, si giunge al moderno, dove il legame tra “nòmos” e “Dìke”, l’Ordine divino del Cosmo, si rompe definitivamente[5]. Il moderno, aggiungerei al discorso di Cacciari, è precisamente quest’allontanamento, dove l’uomo sostiene che non c’è più “Dìke”, non più un Ordine del Cosmo ma solo fatti individuali, da ordinare per mezzo o della forza dello stato – i cosiddetti “totalitarismi” oggi tanto svalutati, ma anche questa è una storia da riscrivere![6] – o per mezzo della misera, perenne pseudo-discussione democratica, degenerata oggi in solipsismo di gruppi ed interessi determinati, nell’indifferenza delle masse “televisuonate” in un carnevale perenne. Chiaro che tale processo di “allontanamento” (Jünger) non è un momento, ma, per l’appunto, tutto un complesso e lungo processo che doveva portarci all’oggi del nichilismo assoluto. Siamo al capolinea, aggiungerei al discorso di Cacciari. Quando hai bruciato la legna ed hai ottenuto la cenere non puoi bruciare la cenere. Quando hai inzuppato il libro nella pioggia non puoi leggerlo più. Le pagine si slabbrano e disperdono.

Come s’inserisce, per tornare al discorso di Cacciari, la “rottura” cristiana, come visione del mondo, in tutto questo? Essa da un lato assume il “disincanto” del mondo delle filosofie ellenistiche, il “coltiva il tuo giardino” del Giardino d’Epicuro[7], quell’atmosfera così simile al nostro mondo “globalizzato” ed uniformizzato e che domanda, oggi come allora, di essere accettato ma per andare oltre, non per rimanervi attaccato! E tuttavia lo si deve accettare. Il Cristianesimo, sostanzialmente, rifiuta la “religio civilis” romana ma invece accetta la “lex” romana. Non accetta “gli dèi dell’Impero” ma invece accetta l’Imperium Romanum. Questa è la visione cristiana ma vediamo come si confronta con quella evangelica. Cacciari si riferisce a Paolo, “l’uomo che ha fondato il Cristianesimo”[8]: per l’apostolo dei Gentili il “nòmos”, e dunque lo stato ma pure la religione in quanto “norma”, son legittimi. Ma, ed ecco il punto, il “nòmosnon salva, né l’Impero né la Legge di Mosè – o quella islamica di oggi – possono dare “sôtêrìa”, la Salvezza. Solo la “dikaiousìnê Theoù” – la “Iustitia Dei” – può. E il termine “Theoù” – genitivo singolare – è soggettivo, sottolinea Cacciari. Niente salva, ma solo l’Uno salva, dice Paolo. Le buone azioni non sono in alcun modo la salvezza, le buone azioni sono gradite a Lui, per questo farle è meritevole. Così, noi diventiamo rappresentanti la Iustitia Dei qui ed ora – hic et nunc – sulla Terra, ma non ne siamo l’Origine, di nuovo questo termine, che sarebbe meglio dire “agathòn”, il Summum Bonum dei Latini, che vuol dire l’Eccedente, Ciò che è oltre ogni misura, e misura, divisione, è “nòmos” da “nèmei”, suddividere. Il Greco antico, per dire di “credere” negli dèi, diceva che “nomizzava” gli dèi, cioè che suddivideva la Terra secondo il modello celeste che quegli dèi gli avevano donato. Una cosettina un po’ diversa dal nostro credere, che impegna solo la mente. Aggiungerebbe chi scrive che la vera unità tra la visione antica e la “coscienza evangelica”, per usare il termine dei due relatori, sta nella possibilità di cristianizzare quel “nomizzare” degli antichi. Ma torniamo a Cacciari. Diventare rappresentanti dell’Uno, ecco il senso della “Novitas” cristiana nel suo lato più essenziale, profondo ed irriducibile. Parlando di queste cose, Cacciari sottolinea che chiedersi chi è nel giusto e chi non, è già sbagliare, perché le visioni del mondo non sono delle partite di calcio, non è questione di essere “partigiani”, direbbe chi scrive. Aggiungerei: non si può “prendere partito”, prendere parte, si è parte o non si è affatto. Una visione del mondo non si sceglie, essa sceglie noi.

Tutto ciò sembra lontanissimo dal presente, ma Cacciari ha la capacità di calarlo nel presente perché, allora, la contraddizione feconda è proprio questo fatto: che il “nòmosdeve far riferimento a ciò che lo supera, sennò perde senso, è la relazione tra il “nòmos” come rappresentazione – dunque anche scrittura delle leggi - e ciò che lo trascende, concepito non come “separato” ma invece ricollegato, il punto vero. E’ il rapporto il punto-chiave, sottolinea Cacciari. In caso contrario, ci sono tante piccole leggi e leggine, che, come già sottolineava Platone – ne La Repubblica – sono solo artifici, tanto più numerosi quanto più impotenti. Si perde, così, il senso del limite, obietta Cacciari a questa tendenza così forte nel presente. “Ciò che dona non è scrivibile”, conclude Cacciari. Ciò che dà senso è oltre quell’insieme determinato nel e sul quale si esercita, chioserei.

I commenti che si possono fare son tanti, ma mi proverò a sunteggiar qualcosa. Riconciliare l’universale con l’individuale, ecco tutto ciò che abbiamo dimenticato ed ecco tutto ciò che dobbiamo fare. Senza nessuna paura di fallire, perché non riusciremo mai pienamente a farlo – e lo sappiamo e dobbiamo saperlo, pena l’ingenuità dei sempliciotti -, la vera pienezza della “sôtêrìa” – la Salvezza, quella del naufrago che sta per affondare, come si vede nell’episodio degli “Atti”, dove la profezia si fa narrazione e parla al di sotto e per mezzo degli eventi[9]non può venire da “noi”, dalle umane azioni come tali. Ma questa è una giustificazione per non far nulla? Il punto vero sta qui. Il nulla non si può “fare” in alcun modo, solo l’essere si può “fare” perché il fare presuppone l’essere, non viceversa. Tentando di “non fare nulla” l’uomo moderno si è chiuso nell’assurdità di una prigione senza sbarre. Lui stesso è le sbarre… E’ solo, e soltanto, quando riscoprirà che l’Essere è in lui l’uomo potrà venirne fuori.

La colpa vera dell’uomo moderno – e contemporaneo, dell’uomo “in tempo reale” che vive in un presente irreale - non è quella di non aver successo nel riconciliare l’universale con l’individuale. La sua colpa vera, quella che grida vendetta ai Cieli, è il non provarci nemmeno! Ma davvero credete che gli uomini del passato non sapessero che l’individuale è irriducibile ad una Norma qualsivoglia, che l’imprevisto fa parte delle sorti dell’uomo, che non si raggiunge mai un pieno dominio della situazione-mondo?! Lo sapevano benissimo. E cos’hanno fatto? Si sono rinchiusi dentro di sé per coltivare il piccolo giardinetto o, al contrario, hanno cercato di conciliare le due cose, non riuscendoci mai del tutto e però provandoci lo stesso? E’ “l’ultimo uomo” di Nietzsche, quello del nichilismo radicale, che sostiene che “nulla si può fare”, coltiviamo solo il nostro piccolo orticello, come se il nulla davvero si potesse fare! Il nulla non si può fare e l’Origine vera è l’Eccedente, ciò che si trova oltre ogni determinazione, dunque la Ricchezza e la Pienezza Assolute, ciò che l’uomo moderno non ha mai e poi mai capito. Perché tutto richiude nelle mura della sua mente individuale, pensata come separata, per principio, dalla mente dell’Uno, che, invece, sa dar senso al Tutto. “En tò Pan”, dicevano i Greci[10].

Andrea A. Ianniello



[1] Limone fa riferimento a Kantorowicz ed ai “due corpi del Re”, quello transeunte e quello “eterno”, meglio dire “perenne”, il primo è il corpo transeunte dell’individuo, ma l’altro è il suo secondo corpo, “costituzionale”, per così dire.

[2] Per gli antichi Romani l’ “origo” è come l’origine di Roma, la “potissima pars”, la piccola e più possente parte che ha generato tutto il resto. Non è l’eccedente, quel che va oltre ogni determinazione, ma, piuttosto, è il “semen” come “germe” che ha in sé la possibilità delle future specificazioni ed espressioni ed espansioni.

[3] Probabilmente, le relazioni astri-suoni musicali, come fermate su pietra nelle cattedrali medioevali, sono tra le ultime vestigia, e per questo tanto più preziose, di tale “visione del mondo” (su questi cfr. Andrea A. Ianniello, Pietre che cantano. Suoni e sculture nelle nostre chiese, Vozza editore 2007).

[4] In un certo senso, rivedendoIl Gladiatore” recentemente, a parte certe sbavature, però è chiaro e presente questo punto.

[5] Cacciari fa riferimento esplicito, in relazione al tema della relazione fra “nòmos” e territorio, a Carl Schmitt, “Der Nomos Der Erde”, il “Nòmos” della Terra.. Senza più Cielo. Ma il Cielo c’è sempre, piccola cosa che costoro, tutti, han dimenticato… La cosa più grande per l’uomo non è l’essere cittadino della Terra, ma l’essere “cittadino del Cielo”, secondo la bella espressione di Mencio.

[6] Non dico affatto che fossero buoni, dico che ciò che n’è venuto dopo non è meglio. Chiediamo agli “illustri strologatori” dell’oggi cosa ne han fatto della Terra, e cosa se ne apprestano a fare… E sapremo chi sono.

[7] Cacciari fa riferimento a Tertulliano come al padre della Chiesa che più esplicitamente ha fatto riferimento a questo.

[8] In particolare all’epistola ai Romani.

[9] Per esempio, sempre negli “Atti degli Apostoli”, c’è un episodio molto significativo, quando Paolo parla a Gerusalemme, e fa segno che sta per parlare. La folla tace, ma ecco che l’apostolo dei Gentili parla in ebraico, la “lingua dei padri”, la lingua-madre diremmo noi. Ed allora il loro silenzio si fa più profondo. E’ come se si potesse tagliare con il coltello quel silenzio, che è la cosa impressionante del passo delle Scritture. Ecco, è questo silenzio l’Origine della Parola. Lì è la “scaturigine”, lì le cose vere, le visioni del mondo, vengono a confronto. Siamo su terreno incerto eppur fecondissimo. Lì è l’ “Avvicinamento” all’Origine, avrebbe detto Jünger, lì è il pericolo ma anche l’opportunità, sempre Jünger avrebbe detto. Ciò che voglio dire si è che l’uomo contemporaneo non si vuol più “avvicinare”, non è più disposto a correre il rischio e l’opportunità, mentre tra gli uomini d’altre epoche – fermo restando che il grosso dell’umanità non ha mai ecceduto il livello biologico – qualcuno sempre avrebbe tentato. Ma è da qui che si riparte, ma per davvero, fuori dalle mere parole. Il resto non è silenzio, è rumore di fondo.

[10] “L’Uno [è, sottinteso] il Tutto”, e l’Uno non è un numero, il molteplice, la molteplicità, nasce con il due, il primo numero e l’unico numero primo pari. In tutte queste cose i pitagorici vedevano dei misteri profondi. Oggi sono solo strumenti per far di conto...

giovedì 24 settembre 2009

Federico II a Caserta

Com’è noto, Federico II di Svevia (Santo Stefano del 1194 – 1250) aveva dato in moglie sua figlia al conte di Caserta, che, quindi, visse una fase di splendore, testimoniata dal Torrione detto, appunto, “federiciano”. Caserta, detta oggi “vecchia”, in effetti Caserta “tout court”, visse allora il suo momento di massimo splendore, sebbene la città medioevale fosse di età ben precedente. I segni del passaggio di Federico II di Svevia a Caserta non furono, però, soltanto architettonici, ma senza dubbio interessarono un altro aspetto, poco notato di solito: la falconeria, tant’è che il Torrione federiciano spesso vien detto “Torre dei falchi”. Allora, sia il clima che l’aspetto del territorio tutto era completamente differenti da oggi. Come prima cosa, ciò che si è convenuto chiamare “impatto antropico” era largamente minore di oggi. Si sa, da documenti archiviali, che, sin tutto il XVII secolo lepri e cinghiali arrivavano fin quasi dentro la città, una situazione semplicemente inconcepibile, oggi. Quanto ai falchetti, fino alla Seconda Guerra Mondiale erano frequentissimi, mentre oggi capita che qualcuno, coraggioso, si propenda sino alla pianura, proveniente dall’interno, dall’altro lato dei Tifatini. Ora, è altamente probabile che il conte di Caserta, Riccardo Sanseverino di Lauro, assieme all’Imperatore del Sacro Romano Impero Germanico, si dessero ad importanti cacce con l’ausilio del falco. Tale pratica, che si è conservata sino ai nostri giorni, specie in Arabia ma pure da noi, è, in effetti, di origine squisitamente orientale, e Federico non mancò di coltivarne la pratica discorrendo con i monarchi islamici, in particolare con al-Kàmil. Federico era così tanto convinto dell’importanza di questa pratica da scriverne un trattato: “De arte venandi cum avibus”, “Dell’arte di cacciare con gli uccelli (cioè i falchi)”. A parte la sapienza e l’esperienza vere che infuse in quel ponderoso scritto, ripubblicato non molto tempo fa anche in italiano, il fatto è che, per Federico II, la falconeria non era soltanto una pratica ludica, né un modo per tenersi in esercizio fisico o un atto sentimentale, cioè fatto per richiamarsi alle usanze degli avi germanici. Neppure si trattava d’imitare le usanze degli opulenti monarchi orientali. No, per lui era qualcos’altro, qualcosa di molto più profondo. Si trattava d’insegnare a degli uccelli rapaci a cacciare ma non a mangiare la preda, cosa sommamente difficile, si trattava del dominio della mente sulla natura, ma seguendo la natura, non forzandola. Si trattava non di negare, quanto piuttosto d’indirizzare, in una diversa via, gli istinti naturali del falco. In tal senso, per Federico, la falconeria era una scuola per i governanti. Un buon governante doveva essere come il falconiere, paziente, duttile, tuttavia forte, capace di reindirizzare gli istinti, le pulsioni dei governati. Essa, pertanto, da una mera pratica, diveniva un’arte vera e propria, che impone da un lato disciplina in chi la esercita, e, dall’altro, porta dei frutti che vanno ben oltre gli effetti immediati. Il “buon falconiere”, secondo l’Imperatore svevo, doveva riunire in se stesso grande padronanza di sé, solida intelligenza, buona memoria, coraggio e tenacia, in mancanza delle quali le sue cognizioni pratiche sarebbero state senza vita. Tutte queste doti erano altresì necessarie per il buon governante. Per questo, per lo svevo, la falconeria era così importante, ed andava ben oltre lo svago oppure la mera pratica “artigianale”. Mi si lasci finire con delle parole, tratte dal “De arte venandi cum avibus”, che, in loro stesse, racchiudono tutta la filosofia di Federico: “In questo trattato di falconeria è Nostra intenzione mostrare le cose che sono, come sono, e presentarle come un’arte precisa”.

Andrea A. Ianniello

martedì 23 giugno 2009



"500 libri per la Biblioteca di Tempera in Abruzzo"
partecipano: l'associazione Liberalibri e la casa editrice Vozza Editore.

giovedì 19 marzo 2009

“Nihilproject”, un’Esperienza Radicale

Non è per niente semplice recensire il progetto di Antonello Cresti ed Andrea Gianessi, proprio per la sua natura: è un progetto, culturale prima di esser musicale soltanto. Ed è qui, a mio avviso, la ragione principale del mio interesse per questo progetto (sito online: http://www.nihilproject.org/). Non che la componente musicale sia secondaria, affatto, ma non è che un linguaggio, per cui potremmo dire che “Nihil Project” è un progetto che si esprime in modo speciale in musica, ma non è un mero progetto musicale, bensì culturale “lato sensu” inteso. E, mi sia consentito dirlo a chiare lettere, si tratta di una cosa rara di questi tempi. Perché quest’aridità culturale imperante? Perché questa vera e propria “fifa” per qualsiasi cambiamento, per qualsiasi non conformismo?! Siamo nell’era dell’apparente libertà e del conformismo mentale di fondo. E’ una cosa terrificante questo cumulo di pensiero negativo e statico che porta quest’umanità alla dissoluzione, comportamento da “lemming”. Ricordiamo cosa diceva il Buddha: “Tutto ciò che siamo è il risultato di ciò che abbiamo pensato”.

Il progetto è interessante per due motivi: a) la musica che sviluppa è particolare, nasce dall’accostamento di correnti musicali molto diverse, con una particolare attenzione, però, al folk britannico; b) il progetto culturale pone accanto delle tendenze apparentemente contraddittorie, focalizzandosi sulla spiritualità. quest’ultimo tema, però, in luogo di accoppiarlo con il conservatorismo, più o meno “illuminato”, se ne distanzia e vi avvicina piuttosto ad una tendenza “radicale”, nel senso vero del termine. Esser radicali non vuol dire far parte di un determinato partito politico, men che meno far parte del neoliberismo, ma, invece, significa “andare alla radice dei problemi” ed i problemi di oggi nascono da un “taglio” operato nei confronti della spiritualità, che, tra l’altro, si vuole ben infissa dentro limiti “confessionali”, errore madornale, padornale, zia-ornale, nonnornale, giornale, e chi più ne ha più ne metta. Errore di prospettiva, come si dice. Ma un’unione degli opposti come quella proposta dal “Nihil Project” non la si vedeva dai tardi anni Sessanta; e nessuna paura di sperimentare, non è poco di ‘sti tempi. Dal punto di vista musicale, non come progetto culturale, il duo risente molto della psichedelica anni Settanta, quindi ci son questi due piani, reciprocamente interrelati, però.

Veniamo al percorso specificamente del duo, che ci farà comprendere le loro radici meglio di tante parole. Il primo lavoro è significativamente intitolato “Il Tramonto dell’Occidente” (2001, con aggiunte del 2002), e contiene una traccia intitolata “Beating about the Bush”, gioco di parole tra “bush”, cespuglio, e Bush, l’ex-presidente Bush II (Bush figlio, intendo). Ma il resto dei titoli dei pezzi è di natura “evoliana” in modo inequivocabile: si va da “La Metafisica delle vette” al primo pezzo, che s’intitola “Uomini e rovine”, più Evola di così… Al “Nihil Project” va riconosciuto il merito, storico, a mio avviso, di aver sdoganato questi temi fuori dalla solita cultura di destra, che, in realtà, non ha fatto che imbalsamare Evola, perdendone la lezione vitale per fissarsi con forme passate. Ma, esperientia docet, è praticamente impossibile convincere certi ambienti di non essere i “possessori” di qualcosa che, per sua natura stessa, non può esser proprio di un’epoca, di un ambiente politico, di un’individualità, per quanto eminente. Si tratta di un pensiero indubbiamente troppo complesso e profondo per certe menti. Il “Nihil Project” ha fatto questo senza parlare, discutere inutilmente, ha semplicemente fatto un suo percorso: così si operano i cambiamenti veri. Tornando al percorso musicale dei “Nihil Project”, dopo il lavoro appena citato, segue “Paria” (2003), misto di elettronica, industrial, minimalismo, free jazz, musica sacra. Lavoro molto eclettico ma non ellittico, nel senso che si rintraccia sempre la loro “linea” di sviluppo, di là degli inevitabili alti e bassi che la sperimentazione comporta: quando si sperimenta si deve accettare quest’oscillazione come inevitabile. Sarà per questo che in Italia se ne ha tanta paura? Sarà per questo che l’italico preferisce sempre le stantie false sicurezze di plastica e stagnola inconsistente. Viene poi “Samhain”, la festa celtica, dove “si adora il tempio della Natura”, ed anche qui quest’ apertura verso tali tematiche, molto “evoliane” anch’esse, tale apertura, però, è totalmente svincolata da qualsiasi “retorica di destra”, ed è un merito, di nuovo, notevole. Davvero “The Times They are a-Changing”, i “Tempi stan cambiando”, come recita la vecchia canzone. Più che altro si tratta di un clima che si modifica pian piano e non trova corrispondenza nelle tendenza dominanti al momento presente, questo è. Tendenze dominanti in qualsiasi campo, ed è questo il bello. Che, poi, la “destra” di oggi sia solo e soltanto retorica di pseudo-identarismo è chiaro, oltre ogni ragionevole dubbio. Ma, intanto, “certe” idee continuano, passano di mente in mente. Sono nell’aria, ed è questo che conta, alla fin fine. Noi non siamo i “possessori” di queste idee, che provocano effetti, sorprendenti ed inaspettati.

L’ultimo lavoro del duo è “Plough Plays” (2006), dove a mio avviso l’interesse per il folk britannico la fa da padrone, pur nel percorso che si è brevemente, sinteticamente accennato in quest’articolo. Quest’ultimo lavoro sarà ripresentato in italiano a breve. Un’altra componente, che si è volutamente lasciata per ultima, last but not least come suol dirsi, è quella, senz’alcun dubbio, futurista. Direi che si tratta di un gruppo “futurista” nello spirito sperimentale, ovviamente non nelle forme né nel linguaggio, chiaro. Tempus irreparabile fugit, passa inevitabilmente ed irriversibilmente il tempo… Non si può “revertere”, far girare all’indietro. In questo mondo, chiaro, in altri mondi la cosa è diversa… Ma fermiamoci costì.

Andrea A. Ianniello

martedì 9 dicembre 2008

casa del fascio

E’ stato pubblicato l’importante volume dedicato al restauro della Casa del Fascio a Caserta, nella centralissima Piazza Mercato (vecchia), con il titolo: Raffaele Cutillo – Luigi Spina, ex Casa del Fascio Caserta, cronaca di un cantiere in avanzamento, Electa 2008. E, in effetti, si tratta della documentazione delle fasi del restauro, passo dopo passo, con tutta una serie di belle foto, sia in bianco e nero che a colori. Tali foto documentano dello stato dell’edificio prima dei restauri, dopo i restauri – il restauro essendo stato completato il 28 aprile di quest’anno -, così come anche della zona centralissima nella quale il detto edificio sorge.

Si tratta di un’opera molto interessante, anche perché fa fare delle significative considerazioni sull’architettura attuale, o, per meglio dire, sull’anti-architettura dell’epoca presente. Difatti, quest’edificio emerge come un edificio che ha uno stile in una piazza tipica dell’epoca nostra, caratterizzata dall’assenza di uno stile, dalla costruzione come mera quantità abitativa e riempimento dello spazio, senza “segnarlo” in alcun modo. L’epoca finale della modernità, così, è riuscita in ciò che nessuna civiltà mai aveva compiuto: costruire qualcosa di assolutamente senza senso, senza valore, che non “segna” il paesaggio, ma è solo la proiezione di una relazione economico-quantitativa tra un possessore di capitale, che ha investito il detto capitale, ed uno o più compratori; e che tali compratori siano pubblici o privati non cambia l’anti-senso di tale “architettura”. La Casa del Fascio, invece, ha uno stile, che può piacere o non. E lo stile è sempre l’esternazione di un’ideologia, un’ideologia “tacita”, per questo ben più pregnante di un’ideologia esplicita, e per questo ben più pervadente.

Ogni civiltà, costruendo, ci dice chi e cosa essa è. L’attuale anti-civiltà dice al mondo che solo la relazione di scambio conta, il senso, il significato non hanno alcun posto in detta “civiltà”. Viviamo in un vuoto spinto, dove siamo tanti micro-atomi separati. Nell’assenza di senso ecco che ognuno reclama senso a gran voce, che sia sui muri imbrattati o sia sul web, “sparandole” a volte grosse pur di ottenere attenzione. Ciò significa che il mondo, nonostante tutto, è vivo, e necessita di un senso, di un orientamento, di una direzione, di un “qualcosa” infine, ma non lo trova guardandosi intorno: allora sogna. Sogna il senso perduto. Il senso, univoco, che il nichilismo, che non è l’assenza di senso ma la pluralità di sensi nessuno di essi essendo però “Il” Senso, è un’esigenza che sopravvive nonostante tutto, ma che non può esser soddisfatta perché la gente comune manca della cultura necessaria per farlo e le classi sia ecclesiale sia intellettiva non sanno ri-dare ciò che si è perduto. Ciò mi ricorda il detto di Adorno: “L’invidia degli dèi sopravvive agli dèi”. Ma torniamo alle questioni architettoniche. Guardando la Casa del Fascio immediatamente sovviene l’Eur di Roma: in effetti, quello è lo stile, l’ultimo stile prima delle “macchine per abitare” di dopo la guerra, quell’anti-stile di mega-strutture – la “sindrome dell’aeroporto” la chiamo – senza segni e senza significato, che si possono fare dovunque, uniformizzate, uniformizzanti, da Chicago alla Papuasia (Papua Nuova-Guinea), da Singapore a New York, da Milano al Borneo, al Brasile, in Sudafrica e nelle zone polari. L’unica differenza è quanto denaro si vuole investire. Non conta nient’altro, in realtà.

Non lo dico io ma importanti architetti, l’Eur è stato l’ultimo momento, in Italia, in cui abbiam visto un’architettura, uno stile. Questo non ha niente a che spartire con la glorificazione del fascismo, perché lo “stile anni Trenta” del secolo scorso si concepiva come riaffermazione dello stato nei confronti delle forze, allora già preponderanti, del mercato, forze che hanno vinto – e definitivamente – nell’ultimo scorso del secolo scorso, per poi essere del tutto incapaci di gestire il loro stesso successo, e siamo dove siamo. In Germania vi era lo stesso stile, anche se, come sempre, affetto dalla megalomania tedesca. In Russia si ha lo stesso stile, affetto dallo stalinismo. Insomma, ed è un punto importante, tale stile “anni Trenta” è indipendente dalle diverse ideologie, ma si concentra sulla riaffermazione dello stato, qual che sia, poi, l’ideologia di riferimento per tale riaffermazione, ideologia proletaria o nazionalistica. Da ciò derivano, dunque, vasti piani di tipo urbanistico, piazze, arterie larghe, l’esatto contrario di oggi!, edifici di stile neoclassicheggiante, ma rielaborati fra modernità e neoclassicismo. Tra l’altro, vi è persino un tendenza ad un certo ritorno al simbolismo, per quanto nascosta: per esempio, è stato dimostrato che vi sono valenze simboliche nel Mausoleo di Lenin della Piazza Rossa di Mosca. Si guardi la Casa del Fascio e poi tutti gli altri edifici moderni di Piazza Mercato: è l’unico edificio che significhi qualcosa, il resto sono “macchine per abitare”, per soddisfare l’esigenza, istintiva ed animale, dell’uomo di avere una casa, un rifugio, una “tana”.

E che quest’effetto di senso avvenga, ripeto, non ha niente a che spartire con la glorificazione di passate ideologie ma, invece, ci fa capire in che razza di abisso architettonico siamo sprofondati, particolarmente in Italia, particolarmente nel Sud. E Caserta è un esempio preclaro di tale oscurità somma, impenitente, immonda, noiosa ed insipida, in un mondo dove la mediocrità più becera regna sovrana come un ragno velenoso, tutto infettando con i suoi liquami mentali.

Andrea A. Ianniello